Riflessioni inattuali

giovedì 23 luglio 2009 § 5

Si necessita di un chiarimento antropologico e sociale, nella disamina accurata di espressioni ormai entrate di diritto, e forzatamente, nella vulgata nazionale a mezzo di quel ventre bulimico e catodico altresì detto televisione.
Ci si riferisce alle seguenti locuzioni:
- essere sé stessi
- essere veri
- pensarla ognuno a modo proprio.

Procediamo con ordine.

Essere sé stessi
La prima difficoltà la si incontra nel perimetrare il concetto.
Cosa vuol dire «essere sé stessi»?
Ad un primo approccio sembrerebbe, la frase, cadere nella più bieca tautologia, nel pleonasmo elevato a n: non si può essere altri da sé, essendo ognuno un sé. S’è mai visto qualcuno che fosse altro da sé, che fosse qualcun altro? Anche ammettendone la possibilità, l’essere un altro da sé potrebbe comunque darsi come una particolare declinazione dell’essere sé stessi: io sono me stesso essendo un altro; la caratteristica del mio essere me stesso è essere un altro. Di conseguenza sono un altro restando me stesso.
(I più accorti sorrideranno al pensiero del giovane Rimbaud – pronuncia: Rambò; come Sylvester Stallone ma senza muscoli e con più allure – che dice «Io è un altro»).
Non sembrando, quindi, l’espressione indicare una precisa identità sociale, individuale e materiale si ritiene opportuno spostarsi su un altro piano esegetico.
A questo punto, l’essere sé stessi non indicherebbe un individuo – carne, nervi, spirito o pensiero – ma un accidente dell’individuo: un modo di essere, di declinare il proprio status anagrafico fino a farlo convergere su una modalità espressiva e comportamentale.
Allora, «essere sé stessi» significherebbe «essere in un dato modo», «comportarsi» secondo, più o meno volute, dinamiche.
La domanda che ci si pone è: dov’è il valore di questo «essere sé stessi», di questo «comportarsi»?
Spero si convenga sul fatto che una qualsiasi cosa, o persona, che non aspiri a definirsi Dio, o Assoluto (e che non sia Dio o l’Assoluto – per chi ci crede) non può affermarsi in virtù della propria solipsistica autodeterminazione.
L’«essere sé stessi» non è un valore di per sé fino a quando, nel magma relativista dello scorso fine millennio e inizio di questo, non si relazioni «all’altro da sé».
Giocando con i paradossi e le dimostrazioni per assurdo, se si dovesse valorizzare (nel senso di «dare valore a»), giustificare, comprendere e accettare qualcuno per il semplice fatto di «essere sé stesso» bisognerebbe valorizzare, giustificare, comprendere e accettare Hitler, Pinochet, Stalin e Pol Pot (e tutti quelli che vi pare) per il semplice, aberrante e scandaloso motivo che anche loro, in fondo, non hanno fatto altro che «essere sé stessi».
Si badi, e si presti una certa attenzione, che nel momento in cui, sull’onda di un legittimo e lecito scandalo moralistico, ci si portasse una mano al petto sgranando gli occhi e atteggiando la bocca ad un cerchio perfetto ad esultare tutta la propria disapprovazione nei confronti dei succitati dittatori, e in seguito si scuotesse la testa nel pensiero che «Loro no!», si creerebbe una eccezione che varrebbe, in discesa, per tutti.
In poche parole: o si concorda sul fatto che «essere sé stessi» è un valore per tutti (e quindi anche per il più atroce dei torturatori) o non lo è per nessuno.

Esser veri
Anche qui si pone l’identico problema perimetrale, per quanto, v’è da dire, che nella solita vulgata l’«esser veri» combaci senza troppa fantasia con l’«esser sé stessi». Allora, se si è «veri» quando si è «sé stessi» e si è «sé stessi» anche decidendo di essere «un altro» (vedi sopra), se ne conviene che si è sempre «veri».
A meno che con «esser veri» non si voglia (in maniera altresì errata da un punto di vista sintattico) affermare semplicemente «dire la verità».
Ma in questo caso bisognerebbe sottolineare con fermezza che la verità, se non richiesta, è più volgare di una scoreggia a tavola (per quanto si possa ben immaginare che per molti ciò non sia affatto volgare). Se qualcuno decidesse mai di vivere nella menzogna, la sua e quella degli altri, non si vede perché qualcun altro dovrebbe rompergli il giocattolo solo perché è «sé stesso» quindi «vero» quindi uno che «dice la verità»
(Di passaggio, ci sarebbe da sottolineare che un gesto gratuito è sempre una offesa per chi lo riceve, nel bene e nel male, non essendo mai contemplato come eventualità dal ricevente. L’imporre il «sé stesso» gratuitamente, vero o falso che sia, è pur sempre una violenza che, masochisti esclusi, sarebbe meglio evitare a chiunque).

Pensarla a modo proprio
Per ultimo, si renda conto di una delle più comiche assurdità che pensiero umano sia mai stato in grado di partorire.
Anche qui, ragionando per assurdo e paradossi, si può convenire facilmente su un dato di fatto. Ossia: l’unica persona che può realmente pensarla a modo proprio è chi giocoforza non può in realtà farlo: un neonato che, per sua fortuna, non ha nulla di cui pensare.
Ogni singolo io (sempre ammesso che non aspiri ad essere considerato Dio o l’Assoluto; o non si creda Dio e l’Assoluto – e un paio di persone a cui il pensiero è pericolosamente venuto le conosco) è un insieme di influenze, letture, visioni, educazione, parole e atti recepiti, compromessi, amicizie et cetera.
È in tutto ciò che si forma una opinione o una idea, ed è con tutto ciò che una opinione, o una idea, viene formata.
Le singole opinioni non sono mai totalmente di chi le esprime e quasi mai (mai) originali (nel senso di «originarie», mai prima pensate).
Ciò che ogni individuo pensa e crede o l’ha scelto o gli è stato imposto.
Ogni singolo modo di pensare, ogni idea, opinione, ogni forma del pensiero è sempre degli altri. Di tutti gli altri venuti prima, e di tutti quelli che hanno indicato una strada sulla base di pensieri precedentemente già tracciati da ulteriori altri; strada dalla quale si può anche decidere di deviare ma solo perché un’altra strada era stata aperta da qualcun altro. È il ritmo del cammino che differenzia gli individui, non i sentieri percorsi.
Sgombrato il campo da un fatto altresì ovvio, resta da capire e comprendere il perché la maggior parte delle discussioni terminano con un «ognuno la pensa a modo suo» (l’a-sintatticità della frase risponde a ragioni di fedeltà filologica).
Molto probabilmente, l’uomo contemporaneo, non avendo più nulla a cui attaccarsi, si attacca a ciò che crede gli resti: la propria opinione, il pensiero differenziato; una sorta di cartesiano cogito ergo sum abbassato a scacciapensieri per dementi da comprare nel supermarket dell’inanità.
Anche in questo caso, come nei precedenti, bisognerebbe poi indagare l’effettivo valore del «pensarla a modo proprio».
Per non dilungarsi inutilmente (inutilità già ampiamente dimostrata fino a questo punto) basti sottolineare l’ovvio: una stronzata resta tale chiunque l’argomenti (ammesso che la si argomenti).
Se qualcuno pensa qualcosa a «modo proprio» e se questo qualcosa è una stupidaggine, il pensarla a «modo proprio» non rende quel qualcuno migliore per il fatto che quel «modo» sia il «suo»; e il fatto che un pensiero sia di un qualsiasi qualcuno e che questo qualcuno si premuri di renderlo volontariamente pubblico accompagnandolo con una lettera di «autenticità», di propria autenticità, non rende quel pensiero più interessante, tantomeno rispettabile.
Si faccia attenzione che qui non è in gioco il diritto a dire ciò che si pensa ma la consistenza di ciò che si dice e il diritto degli altri a dire che ciò che qualcuno ha detto è una stupidaggine (preferibilmente, argomentando il giudizio). Citando a memoria Dwight MacDonald, che a sua volta parafrasava lo pseudo-Voltaire: «Anche se sono d’accordo con quello che dici, combatterò fino alla morte contro il tuo diritto a dirlo in questo modo». Si aggiunga, per quel che ci riguarda, che oltre al modo in cui una cosa viene detta, a noi preme anche cosa venga detto.
Da labile piedistallo, o da copricapo, al «pensarla a modo proprio» c’è poi il reiterato (anche questo) «rispetto delle idee di tutti». Questa espressione viene spesso accompagnata da un tono di voce che tende a sottolinearne la necessità ontologica, la tendenza liberale, l’educata formalità salottiera, e l’inevitabilità esistenziale. Insomma, tutto ciò che accompagna qualsiasi altro luogo comune.
Ciò che non si coglie è che nel «rispettare le idee di tutti» ci si ferma sempre prima, restando al di qua di quel confine che solo attraversandolo darebbe la possibilità – etimologica – di comprendere quell’idea, quel pensiero e solo successivamente di rifiutarlo.
«Rispettare» oggi sembra aver assunto i contorni di una neghittosa «non interferenza», una muta cordialità fra vicini che si accordano tacitamente sull’albero piantato da un lato del giardino e cresciuto dall’altro.
Un’idea non andrebbe mai rispettata pregiudizialmente per il fatto di «essere» una idea e di «appartenere» a qualcuno, ma andrebbe combattuta e discussa per poterla rendere fertile.
Il «pensarla a modo proprio rispettando le idee di tutti» equivale a rinchiudersi in una gabbia, ben arredata per carità, di autarchica sussistenza epistemologica che ha come diretta conseguenza l’atrofizzarsi del cervello e il deformarsi della spina dorsale a furia di guardarsi l’ombelico.

***


Le tre (quattro) espressioni analizzate fanno, nella contemporaneità, da corollario, da ancelle poste a mo’ di corolla, a un concetto più vasto e di ancor più difficile identificazione che prende il nome di «libertà».
È uso riferirsi con decisa caparbietà a tale concetto, sottolineando come l’«esser liberi» sia condizione quasi naturale, spontanea, di ogni noi che si definisca io.
Tale condizione, oggi come oggi, pare declinarsi, appunto, esclusivamente nei corollari dell’«essere se stessi» e del «pensarla a modo proprio» a cui si unisce il bollino d’autenticità – che dovrebbe peritarsi di garantire un conclamato diritto, nonché un valore di merito – riscontrabile nell’«esser veri», incartando, infine, tutto nel liberatorio e acquiescente «rispetto delle idee di tutti»
Ciò che però da tutto il discorso intorno alla libertà sembra esulare, sparire vergognosamente come le adamitiche pubenda dietro la foglia di fico, è ciò che della libertà rappresenta l’immagine speculare, il proverbiale altro lato della medaglia, ossia la responsabilità.
E allora l’«essere sé stessi», il «pensarla a modo proprio» si configurano come una giustificazione a priori, come una inevitabilità deterministica che conduce ogni essere umano ad agire in un dato modo in virtù di una forza che non accetta contraddizione, dimenticando che ciò che rende davvero libero un uomo è la volontà e il coraggio di assumersi tutte le responsabilità che qualsiasi libertà comporta, senza piegarsi alla vile richiesta d’accettazione fatta in nome della propria presunta «essenza».

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§ 5 Response to “Riflessioni inattuali”

  • Gde says:

    L'ho letta su FB, questa tua nota, ma commento qui così fai prima a cancellare se non ti interessa... ;-)
    Trovo molto condivisibile la tesi dell'auto-assoluzione (o dell'irresponsabilità) che si accompagna ai noti luoghi comuni del tempo attuale su cui hai incentrato la tua riflessione (se l'ho bene interpretata, ovviamente).
    Secondo me, però, sviluppando più a fondo il rapporto tra individuo e comunità (un accenno l'hai posto all'inizio del paragrafo "Pensarla a modo proprio"), emerge con chiarezza che è proprio tale inevitabile raffronto a rendere tutt'altro che tautologico il bisogno di essere se stessi.
    Nel rapporto tra individuo e comunità c'è tutta la tensione tra essere e dover essere che dà un senso al bisogno di essere se stessi, in contrapposizione all'essere sociale che le convenzioni della vita di relazione ci impongono nel quotidiano incontro/confronto/scontro con gli altri.
    Questo punto, a mio avviso, indebolisce un po' la costruzione logica di un testo che rimane, per altri versi, acuto e godibilissimo.
    Breve considerazione critica. Spero non sgradita.
    Buona giornata.

    G.

  • Giu says:

    Temo che questa discussione, per altro interessante, ce la faremo noi da soli visto che qui non ci viene nessuno.

    Venendo a noi, io non ho intenso tautologico il "bisogno" di essere sé stessi, ma la sola affermazione. E' tautologico dire "sono me stesso" poiché non si può NON esserlo.

    Riguardo alla separazione fra l'essere un individuo e l'essere un individuo-in-società: qui non vedo una problematica contrapposizione (non la vedo, ovviamente, nell'ambito dell'analisi in questione).
    Ammesso che l'essere sociale(i) ci imponga per necessità delle convenzioni (e ce le impone) si può ovviamente scegliere di non rispettare quelle convenzioni. Ma quello che mi premeva dire era esattamente questo: non si può rifiutare una convenzione semplicemente in nome dell'essere se stessi, e comunque sia, una volta non accettata la convenzione, bisognerebbe assumersi le responsabilità di quella non accettazione.
    Insomma, non si può essere sé stessi e pretendere di ricevere, sempre, gli applausi per il solo fatto di esser stati sé stessi.

    Sulla tensione fra individuo e comunità, sarebbe poi interessante dilungarsi e chiedersi: questa tensione, oggi, è così forte perché si è perso il "senso" della comunità tutto a favore dell'individuo? E quindi quest'ultimo non è più in grado di ri-conoscersi nella comunità?

    Per concludere, l'intento non era esaminare la formazione del sé attraverso il rapporto dialettico fra individuo e società, e quindi indagare quella tensione fra essere e dover essere. Tensione che fra l'altro io continuo a non vedere poiché il mio essere è a misura del mio dover essere.
    Nascendo e crescendo in una determinata comunità, ne assorbo fisiologicamente i costumi, le leggi e le convenzioni. Di conseguenza, quel dover essere in un dato modo fa parte in tutto dell'essere in un modo.
    Che poi (mi ripeto e mi scuso per il mio essere tautologico :D) io non voglia "dover essere" in quel modo e quindi non accetti le convenzione, ci sta tutto.
    Ma quello che a me sembra diffusso, oggi come oggi, è che in pochi vogliano prendersi le effettive responsabilità che la scelta di non "dover essere" comporta.

    [non lo so, poi può essere pure che non ho capito il tuo intervento eh Giusè... comunque la prossima volta scrivi su FB che se no qua pariamo Socrate e Platone]

  • Anonimo says:

    Credo che non sia da tutti affrontare e comprendere le riflessioni di questo suo blog Monsieur, quindi non si rammarichi di esser poco commentato in tal sede.
    Il suo è un linguaggio forbito, talvolta "tecnico" e presuppone un eguale, o quantomeno similare, percorso di studi e ricerche nel campo della filosofia. Non è da tutti tale formazione.
    Molti prediligeranno l'altro suo blog o, parafrasando il suo post, l'altro sè.
    Io li leggo entrambi con gusto anche se tra le mie labbra lasciano sapori del tutto differenti. Confesso che in questo momento prediligo il gusto più carnale e saporito dell'altro suo blog.
    Cordialmente
    Madame E.

  • Anonimo says:

    « Io sono sempre stata come sono
    anche quando non ero come sono
    e non saprà nessuno come sono
    perché non sono solo come sono »

    P. Valduga

    ciao,
    paola

  • Anonimo says:

    hi, new to the site, thanks.